Shiro — Sogni.

scritto da Zen
Scritto 19 ore fa • Pubblicato 8 ore fa • Revisionato 8 ore fa
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Shiro è un personaggio che uso sfogarmi, scriverò di lui soltanto quando ne sentirò il bisogno. Ciò significa che questo capitolo potrebbe anche essere l’ultimo. Dipende dalle mie esigenze
- Nota dell'autore Zen

Testo: Shiro — Sogni.
di Zen

Non riesco a dormire. Come al solito.

Ogni notte è una battaglia tra me e la mia mente. Certe volte si fa così intensa che devo passarmi le mani lungo tutto il torso, una o due volte, per accertarmi di non avere ferite. Di essere vivo.

Mi tocco le braccia, le mani, le gambe, lo stomaco, il petto. La morbidezza della mia carne è quasi confortevole, ma appena premo le dita un secondo di più, comincia a bruciare: voglio saltare, dimenarmi, scappare. Voglio scappare. Invece rimango a crogiolarmi in questo dolore.

Se voglio scappare è perché sono egoista, perché parte di me pensa di non meritarsi di soffrire.

Ma il cambiamento parte soprattutto dal riconoscere a quale sofferenza ci si deve sottoporre, no?

Così le mie unghia scavano sulla pelle, lasciano piccole macchie rossastre sulla tela bianca del mio avambraccio. Graffi, pugni, schiaffi; sono più efficaci di una lama. Il rossore passa dopo pochi minuti, svanisce sotto gli occhi delle altre persone. Le cicatrici, invece, rimangono.

Immagino che chi le preferisca abbia ragioni diverse dalle mie.

Io voglio punirmi anche con l’indifferenza della gente. Nessuno si deve preoccupare, nessuno mi deve aiutare. Non perché io non lo desideri—ucciderei, farei una strage per farmi amare da qualcuno—ma non lo merito.

Mi fermo un attimo e cambio braccio. Nel destro, decido di scrivere qualcosa. L’unghia scava sulla pelle e scorre giù scrivendo una “S”. Poi traccio altre tre linee che formano una “H”.

“I”, “R”, “O”.

Shiro. Io, il mio nome. Mi sento molto meglio adesso. Certe volte è come se il mio nome fosse qualcosa di estraneo, una parola in una lingua che non ho mai sentito. Mi viene difficile persino credere che le mie emozioni siano mie, il corpo il mio, le decisioni e le azioni mie.

Ma per qualche secondo, quella parola, “Shiro”, era parte di me. Ho sentito il suo dolore, la sua forma. Per la prima volta dopo anni mi sono sentito intero.

Controllo l’orario. Sono le quattro del mattino.

Basta così.

Rinchiudo il cuscino tra le braccia, lo stringo il più forte possibile. Le labbra mi tremano e sento gli occhi bruciare, ma non piango. Solo una, due lacrime riescono a uscire.

A un tratto non sono più a casa mia. Un uomo mi stringe a sé, mi accarezza i capelli, mi bacia la fronte. Le sue grandi mani vanno su e giù lungo la mia schiena.

Normalmente mi sarei interrotto, avrei preso il telefono e sarei rimasto sveglio ancora più a lungo.

Non voglio fermare questo sogno. Sto così bene, le sue braccia sono così comode.

Sento che la realtà mi sta abbandonando, e io la lascio andare, insieme alla mia identità, alla mia mente, alla mia anima, al mio cuore.

Shiro — Sogni. testo di Zen
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